“Is a human life beyond price?”

“Is a human life beyond price?” C’è una vita umana senza prezzo?
Il cinico, osservava Oscar Wilde, è qualcuno “che conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla”.
Se ti domandassero se alcune cose sono troppo importanti per dare loro un prezzo economico, che cosa risponderesti? Qualora ti venisse spontaneo affermare senza indugi la “vita umana” (e mi augurerei infinitamente che tu lo faccia), sappi di essere un moralista. Oppure un cristiano moralista. Oppure tutte e due le cose insieme.

Dwight R. Lee sostiene che “gli economisti rifiutano l’idea che la vita umana non abbia prezzo. Danno un prezzo alla vita umana, non perché siano indifferenti, insensibili e completamente privi di sensibilità morale, ma perché hanno un interesse professionale nel comprendere l’azione umana e perché capiscono che non c’è nulla che manchi moralmente nel valutare la vita umana”
E Dwight R. Lee se ne intende di economia.
E’ docente di Global Markets and Freedom presso la Cox School of Business. Un corso della Southern Methodist University. Metodista, dunque in qualche maniera università di ispirazione cristiana. Il che ci fa quantomeno sospettare nella validità dell’equazione apoditticamente assunta per la quale un cristiano che difenda la vita umana a qualsiasi costo (perchè non ha un prezzo) sia un cinico moralista.

Questa (apparentemente) sconclusionata riflessione mi è venuta leggendo un articolo del Time dal sinistro titolo: “We can, and must, put a price on human life”, possiamo e dobbiamo dare un prezzo alla vita umana.
Non un interrogativo, ma una affermazione.
Il sotto pancia mi ha poi inquietato: “This pandemic has brought into sharp focus a question that Christians have been encouraging us to dodge for centuries”, questa pandemia ha messo a fuoco una questione che i cristiani ci incoraggiano a schivare da secoli.

La tesi sostenuta dal giornalista Matthew Parris dalle colonne del Times è – ahimè! – tristemente diffusa in ampi settori del mainstreaming e – temo – da molte più persone di quanto potremmo immaginare.
In sintesi, Parris è convinto che se dovessimo abbracciare l’idea che la vita abbia in sè un valore incommensurabile, non ci sarebbe un limite a quanto saremmo disposti a spendere per ridurre la possibilità di morire, anche di una quantità infinitesimale.
Una follia, un atto di presunta superiorità morale totalmente dannoso per la società.Tipico atteggiamento dei cristiani: “sostenere i motivational goals su come vivere bene (Dio, ad esempio, i diritti’ fondamentali’, la santità della vita umana) sono utili e ispirano devozione, coraggio e sacrificio di sé -perchè altrimenti sarebbero folli -, mentre allo stesso tempo deformano (a mio parere in maniera grottesca) le decisioni che dobbiamo prendere su cose come l’aborto, la sperimentazione di embrioni e l’eutanasia”.
Sembrano parole dell’economista citato in precedenza, il Dwight R. Lee docente della Southern Methodist University.
“Riconoscere che i prezzi riflettono il valore marginale delle cose è la chiave per capire perché gli economisti attribuiscono prezzi alla vita umana.” – scriveva nel 2010 in un articolo dal titolo “Marginalism and the Morality of Pricing Human Lives” pubblicato sul sito web della Foundation for Economic Education (FEE) di Atlanta – “Il prezzo degli asparagi ci fornisce informazioni sul valore di una libbra in più di asparagi, non sul valore dell’intero raccolto.
Allo stesso modo, quando gli economisti parlano del prezzo della vita umana, si riferiscono al valore marginale della vita – il valore di un’aspettativa di vita leggermente più lunga – non al valore totale. Il valore totale che attribuiamo alle nostre vite è estremamente alto (nella maggior parte dei casi infinito), quindi non accetteremmo di essere uccisi per qualsiasi somma di denaro.
Tuttavia attribuiamo un valore marginale molto basso alle nostre vite. Facciamo regolarmente cose che riducono la nostra aspettativa di vita di importi marginali in cambio di comodità e piaceri piuttosto minori”.
Conosco il pensiero di molti altri economisti (anche cristiani), fortunatamente non cinici come Dwight R. Lee.

Lascio ogni altro commento e digressione a chi avrà tempo e voglia di leggere l’articolo di nella nostra traduzione in italiano, compreso il pretesto che Parris eutilizza per attaccare pesantemente il cristianesimo ed i cristiani.
La conclusione di Parris mi ha lasciato vibrare di rabbia:
“Scrivendo questo … cresce la consapevolezza che più parole avevo, più doloroso sarebbe stato il mio fallimento nel rispondere alla domanda: ‘La vita umana è oltre il prezzo?’ Quindi andiamo al sodo, non posso crederci. Può essere rozzo, insensibile, arbitrario, insapore, ma dobbiamo fare delle scelte e per fare delle scelte dobbiamo soppesare. Inoltre, pesiamo, protestando per il contrario. Dovremmo essere più onesti”.
“Noi” è una parola potente per un editorialista. Permette di fingere che la sua visione personale del mondo sia l’unica e che sia condivisa collettivamente. E’ probabile che i più sostengano le sue tesi. Meno che esse siano giuste.

Lascio ogni altro commento e digressione a chi avrà tempo e voglia di leggere l’articolo di nella nostra traduzione in italiano, compreso il pretesto che Parris utilizza per attaccare pesantemente il cristianesimo ed i cristiani.

E’ la conclusione di Parris che mi ha lasciato vibrare di rabbia:
“Scrivendo questo … cresce la consapevolezza che più parole avevo, più doloroso sarebbe stato il mio fallimento nel rispondere alla domanda: ‘La vita umana è oltre il prezzo?’ Quindi andiamo al sodo, non posso crederci. Può essere rozzo, insensibile, arbitrario, insapore, ma dobbiamo fare delle scelte e per fare delle scelte dobbiamo soppesare. Inoltre, pesiamo, protestando per il contrario. Dovremmo essere più onesti”.

“Noi” è una parola potente per un editorialista. Permette di fingere che la sua visione personale del mondo sia l’unica e che sia condivisa collettivamente. E’ probabile che i più sostengano le sue tesi. Meno che esse siano giuste.
La conclusione di Matthew Parris che la vita umana non è “oltre il prezzo” non sostiene il principio che la vita, indipendentemente da ciò in cui crediamo, ci rende uguali. Senza questo principio, qualcuno deve decidere chi è più uguale degli altri. Potrebbe essere un medico, il governo, la stampa, la folla rumorosa o il dittatore di turno.
I “meno uguali” possono iniziare come anziani o malati, ma potrebbero finire per essere i poveri, gli ignoranti, l’élite, il musulmano, l’immigrato, il transessuale, il conservatore.
Chissà? Solo colui che detiene il potere di scelta lo sa. Chiamala immagine di Dio se lo desideri o un diritto umano fondamentale se preferisci, ma se gli viene assegnato un prezzo come ogni altra cosa, non è più la vita umana, ma un prodotto di una certa visione economista e relativista del mondo.

Non amo il copia e incolla di aforismi, ma uno strappo alla regola ogni tanto è sano.
Chesterton scriveva in “Eretici”, pubblicato nel 1905:
“Il signor Shaw non riesce a capire che ciò che è prezioso e degno d’amore ai nostri occhi è l’uomo, il vecchio bevitore di birra, creatore di fedi, combattivo, fallace, sensuale e rispettabile.
E le cose fondate su questa creatura restano in perpetuo; le cose fondate sulla fantasia del Superuomo sono morte con le civiltà morenti che sole le hanno partorite.
Quando, in un momento simbolico, stava ponendo le basi della Sua grande società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell’Inferno non hanno prevalso su di essa.
Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest’unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole”.

Sarò cinico, folle e moralista perchè cristiano.
Eppure mi sento più ragionevolmente realista di un Matthew Parris qualunque.


“We can, and must, put a price on human life” di Matthew Parris, “The Times”, 08 agosto 2020

Tre quarti di secolo fa, la prima delle due bombe atomiche fu sganciata sul Giappone.
Hiroshima era l’obiettivo iniziale, tre giorni dopo Nagasaki fu colpita.
Le stime dei decessi variano fino a quasi un quarto di milione, una percentuale enorme dei quali sono morti entro un giorno. Sei giorni dopo Nagasaki, i giapponesi dichiararono la resa incondizionata, ponendo fine alla seconda guerra mondiale.

Giovedì scorso, sulla BBC Radio 4 – la mattina di questo terribile anniversario – è toccato al vescovo anglicano di Leeds, Nick Baines, trasmettere per la rubrica ‘Thought for the Day’ un proprio commento. Ha esordito facendo riferimento alla recente catastrofe di Beirut, che ha ucciso almeno 150 persone e poi ha fatto un accenno – di passaggio – a Hiroshima.

Eccetto per il fatto che entrambi gli accadimenti hanno comportano un’enorme esplosione, i due fatti sono completamente differenti: il primo è stato un incidente, il secondo un atto di guerra deliberato, che ha comportato scelte morali consapevoli lungo tutta la catena di comando, dal presidente Truman al colonnello Paul Tibbets, pilota del Boeing B-29 Enola Gay (incaricato della “consegna delle armi”), e del capitano George Marquardt alla guida del veivolo Necessary Evil, responsabile “dell’osservazione e della fotografia dello scoppio della bomba”.

Sono colpito dal “necessary evil”, male necessario. Questa è la domanda, non è vero? Sappiamo quante vite sono state perse, ma non possiamo sapere quante sono state salvate da quelle bombe: soldati e civili che sarebbero stati sacrificati in una guerra prolungata con il Giappone che la bomba atomica ha sostanzialmente interrotto. Sarebbero stati una legione e il costo finanziario di quella guerra prolungata sarebbe stato colossale per entrambe le parti, anche se il Giappone si sarebbe finalmente arreso.
Quindi è un insieme di mali contro un altro. E come si valutano i mali che Gesù ha osservato “devono venire” rispetto al male di unirsi a coloro “per mezzo dei quali vengono”? “Guai a quegli uomini”, disse (il probabile riferimento è al cosidetto discorso sugli ultimi tempi riportato in numerosi passaggi dei Vangeli, nei quali Gesù annuncia distruzioni e persecuzioni – si veda ad esempio Mt. 24, 1-14, Mc 13,1-13 e Lc 21,5-19 – ndr).

Mi sembra che se il vescovo Baines avesse potuto chiedere a Gesù di soppesare le morti di Hiroshima con quelle non di Hiroshima, il Messia si sarebbe abbassato e ci avrebbe confidato di non avere nulla a che vedere con nessuna delle due strategie.
Avevo sperato che il vescovo potesse condividere i suoi pensieri su questo. Ma dopo aver invocato un “moral framework” in base al quale decidere tali questioni, non ne ha consigliato uno. Le pecore affamate hanno guardato in alto e non sono state nutrite.

Tuttavia, non si puà incolpare il vescovo.
Era improbabile che avesse potuto risolto in meno di due minuti una questione che per più di 2.000 anni è rimasta irrisolta nel cuore delle religioni occidentali e (per quanto posso accertare) anche delle religioni orientali.
Qual’è lo status di una vita umana? Come lo soppesiamo rispetto ad altre cose che valutiamo? Come pesiamo una o più vite rispetto alle altre?
Dobbiamo fare delle scelte tra le cose. Quindi dobbiamo soppesarle – persino “cost” them, dare un prezzo alla vita delle persone.

Tuttavia i motivational goals su come vivere bene (Dio, ad esempio, i diritti “fondamentali”, la santità della vita umana) sono utili e ispirano devozione, coraggio e sacrificio di sé -perchè altrimenti sarebbero folli -, mentre allo stesso tempo deformano (a mio parere in maniera grottesca) le decisioni che dobbiamo prendere su cose come l’aborto, la sperimentazione di embrioni e l’eutanasia.

Come si comparano i prezzi, quando una delle alternative resiste ostinatamente al fatto di avere un cartellino del prezzo attaccato? E cosa succede quando nessuna delle alternative può essere prezzata perché è coinvolta la “vita”?

Prendiamo, ad esempio, la pandemia da coronavirus.
È del tutto possibile che, con il senno di poi, potremmo concludere che le misure per controllare la diffusione del virus abbiano accorciato o arrestato più vite nel lungo periodo di quante ne siano state salvate nel breve periodo. Intellettualmente, possiamo accettare che stiamo danneggiando più di quanto stiamo aiutando, ma emotivamente, moralmente, teniamo a freno l’idea di dare un prezzo alla vita.
Gli ultra settantenni, diciamo (lo scrivo il giorno del mio 71esimo compleanno), più quelli con condizioni di salute fragili, sono persone reali, vive, che respirano, che possiamo contare e che ci sono note. Sembra indecente valutare il loro valore rispetto a un’idea astratta di esseri umani sconosciuti che potrebbero essere vittime future dei nostri sforzi per salvare i nostri cari oggi. Salva quelli che conosci! Lascia che il diavolo faccia il suo lavoro, ma salva il fisicamente il fragile del 2020.

Tuttavia, non è sempre così che agiamo. In fondo, sappiamo che non possiamo. Il National Institute for Health and Care Excellence (Nice) utilizza il QALY (acronimo di Quality Adjusted Life Years) quale un’unità di misura nell’analisi costi e utilità, che combina insieme la durata della vita con la qualità della stessa, per confrontare il valore di procedure mediche, trattamenti e farmaci. Un Qaly equivale a un anno di salute perfetta (o due anni di salute al 50% e così via). Si dice che l’NHS consideri un Qaly di £ 30.000 quale limite massimo per un buon rapporto qualità-prezzo.
Diverse agenzie governative utilizzano il “value of a prevented fatality” (VPF) – valutazione dell’importo massimo che è teoricamente ragionevole pagare per una misura di sicurezza che ridurrà di uno il numero previsto di morti premature prevenibili in una vasta popolazione – che equivale a circa 1,8 milioni di sterline per ogni vita salvata (o mortalità prevenuta).
Tali valutazioni possono essere contestate e pochi cristiani si preoccuperebbero anche solo di parlare questa lingua.
La maggior parte delle persone annuisce con simpatia alla frase “one life lost is one life too many”, anche una sola vita persa è una vita perduta di troppo. Ma nella nostra coscienza sappiamo che non è così. Se mai dovessimo tornare ad una sorta di normalità dopo il Covid, dobbiamo accettare tali compromessi.

Molti lettori del Times probabilmente non hanno solide credenze religiose.Ma non farti illusioni: il cristianesimo è la base dei valori che milioni di noi hanno assunto con il latte di nostra madre.
Sono un ateo protestante, non un ateo in un vuoto etico. Ed è lo stesso, mi dice un amico sudcoreano, a Est. Lo shintoismo, il buddismo e l’induismo sono generalmente meno prescrittivi sul valore di una vita particolare a causa della loro enfasi sulla reincarnazione e sulla circolarità essenziale della vita. “Il bene del mondo” (mi dice il mio amico coreano) conta di più in questo modo di pensare”. A Seoul c’è meno disagio per la clonazione, la sperimentazione di embrioni o l’aborto, qualunque cosa dica la legge, e le persone ammirano gli scienziati che sperimentano.
E aggiunge: “Sebbene in molte cose io abbia adottato l’approccio occidentale alla vita, quell’atteggiamento più rilassato nei confronti della vita e della morte rimane nel mio background culturale”.

So che ciò che il vescovo di Leeds non è riuscito a risolvere in due minuti, io non sono riuscito a risolverlo con mille parole. Scrivendo questo articolo, tuttavia, cresce la consapevolezza che più parole avessi avuto, più doloroso sarebbe stato il mio fallimento nel rispondere alla domanda: “Is a human life beyond price?” C’è una vita umana senza prezzo?
Quindi andiamo al sodo. Non posso crederci.
Può essere rozzo, insensibile, arbitrario, insapore, ma dobbiamo fare delle scelte e per fare delle scelte we have to weigh, dobbiamo soppesare. Inoltre, we have to weigh protestando per il contrario. Dovremmo essere più onesti.


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