Siamo fatti d’infinito

Siamo fatti d’infinito

L’astrofisica ci dice che una galassia contiene 100 miliardi di stelle e che nell’universo ci sono almeno 100 miliardi di galassie.
Non riusciamo a vederle con i nostri occhi, eppure ci sono.
Nel più complesso e misterioso oggetto naturale che conosciamo – il nostro cervello -, le neuroscienze stimano esserci 100 miliardi di cellule (i neuroni), strutturate in una fittissima rete formata da più di 100 mila miliardi di interconnessioni (le sinapsi). Tutto in un chilo e mezzo di tessuto corporeo.

Ogni stella nell’universo è legata alle altre da una relazione statica e semplicissima, mentre i nostri neuroni interagiscono in modo complesso, coordinato, velocissimo, seguendo trame estremamente sofisticate che sono ancora lontane dall’essere completamente comprese.

Qualcosa però abbiamo incominciato a capire.

Sappiamo per esempio che i neuroni comunicano tra loro tramite sostanze chimiche e impulsi elettrici misurabili. Ogni nostro dinamismo, dal funzionamento del nostro corpo alla capacità di pensare, è legato in qualche modo a questa loro attività. Siamo inoltre riusciti a individuare con buona precisione quali aree del cervello sono dedicate a diverse attività umane quali il movimento, la visione, l’udito, la scrittura, l’emozione, il linguaggio… in alcuni casi i neuroscienziati sono riusciti a comprendere il funzionamento di alcuni di questi processi cerebrali in modo così dettagliato da poter restituire ai pazienti alcune funzioni sensoriali e motorie perdute.

Sappiamo per esempio che in punto di morte – e in uno stato di mancata risposta agli stimoli esterni – siamo in grado di percepire i suoni.
Il nostro cervello è infatti in grado di rispondere agli stimoli sonori, attivando processi neuronali-cognitivi simili a quelli che si verificano in una persona giovane e in perfetta salute. Anche quando siamo completamente inerti e in un apparente stato di totale incoscienza, a poche ore dalla dipartita, siamo capaci di percepire la voce di chi ci è accanto, forse addirittura di capire le parole che vengono pronunciate.

A scoprire che in punto di morte siamo in grado di percepire i suoni – in uno stato di mancata risposta agli stimoli esterni – sono stati tre scienziati dell’Università della British Columbia di Vancouver (Canada), in uno studio recentemente pubblicato (“Electrophysiological evidence of preserved hearing at the end of life”. Scientific Reports, 25 giugno 2020): la Dr.ssa Elizabeth G. Blundon, del Dipartimento di Psicologia; la Dr.ssa Romayne E. Gallagher, del Dipartimento di Medicina della Famiglia e della Comunità, esperta di cure palliative; e il Prof. Lawrence M. Ward,del Djavad Mowafaghian Centre for Brain Health.

I tre ricercatori hanno deciso di indagare le risposte cerebrali attraverso l’elettroencefalografia, che misura l’attività elettrica nel cervello. Tredici famiglie hanno fornito il consenso per l’esplorare le reazioni del cervello di pazienti sottoposti a cure palliative presso il St. John Hospice di Vancouver e con una prognosi diagnosticata di vita di 3 mesi. L’elettroencefalografia è stata utilizzata anche sul gruppo di controllo, composto da persone giovani e sane, per mettere a confronto le due tipologie di risposte e comprendere le differenze.
Ebbene, gli elettroencefalogrammi di cinque di questi pazienti hanno mostrato un’attività elettrica assimilabile a quella dei giovani e sani, quando sono stati sottoposti a diversi stimoli sonori. Nello specifico, i ricercatori hanno osservato risposte elettriche chiamate MMN, P3a e P3b, con varia intensità a seconda dei casi.

“Nelle ultime ore di vita, prima di una morte naturale prevista, molte persone entrano in un periodo di non risposta agli stimoli. I nostri dati mostrano che un cervello morente può rispondere al suono, anche in uno stato inconscio, anche fino a sei ore prima di spirare”, ha dichiarato la Dr.ssa Blundon.
“Siamo stati in grado di identificare specifici processi cognitivi sia dai partecipanti neuro-tipici che dai pazienti ospedalieri”, afferma il Prof. Lawrence Ward.
“Abbiamo dovuto esaminare attentamente i dati dei partecipanti ai singoli controlli, per vedere se ognuno di loro mostrava un particolare tipo di risposta cerebrale prima di sentirci sicuri che il cervello del paziente non rispondente reagisse in modo simile”, ha voluto poi specificare.

Dunque, le neuroscienze ci stanno dimostrando che una persona – anche nell’ultimo istante della propria vita terrena – è cosciente ed è in grado di reagire a determinati stimoli?
No. Almeno, non ancora.

Il loro cervello ha risposto agli stimoli uditivi, ma non possiamo assolutamente sapere se stanno ricordando, se siano in grado di identificare le voci che sentono o che stiano comprendendo le frasi che vengono pronunciate loro”, ha affermato  la Dr.ssa Blundon.
Salvo aggiungere: “Ci sono questo e molti altri interrogativi ai quali non è ancora stata data una risposta. Questo primo studio supporta l’idea che dobbiamo continuare a parlare con le persone quando muoiono, perché qualcosa sta accadendo nel loro cervello”.

Che meraviglia! Anche un solo istante è vita nell’accezione più totale del termine. Anche un solo istante di vita è degno di essere vissuto, mi viene come provocazione da questo studio scientifico.
In fondo, non corrisponde – forse – all’intuizione del cuore che ciascuno di noi conserva gelosamente degli ultimi istanti nei quali abbiamo visto un nostro caro e parlato e supplicato di non andare via, di non lasciarci soli?
Non corrisponde pienamente a ciò che gli operatori sanitari specializzati nell’assistenza a persone in punto di morte sanno da tempo, cioè che la presenza dei cari negli ultimi momenti di vita “aiuta a morire”?
“Dà conforto dire addio ed esprimere amore”, ha osservato la Dott.ssa Romayne Gallagher nel commentare lo studio del British Columbia di Vancouver.
La realtà è che siamo fatti di infinito, che viviamo abbracciati dal Mistero. Sia che osserviamo le stelle dell’universo che ci circonda, sia che approfondiamo la conoscenza del più complesso e misterioso oggetto naturale che conosciamo – il nostro cervello -, non possiamo non constatare che non ci siamo fatti da soli e tanto meno che siamo il frutto del Kàos.
L’invisibile è entrato prepotente nella storia dell’umanità con un Fatto: Gesù Cristo, un uomo – fatto di carne e sangue – che ha preteso di essere il Figlio di Dio, morto sulla croce e Risorto.

« In principio era il Logos
e il Logos era presso Dio
e il Logos era Dio
Questi era in principio presso Dio.
Tutto è venuto ad essere
per mezzo di Lui,
e senza di Lui
nulla è venuto ad essere
di ciò che esiste.
In Lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini
e questa luce splende ancora nelle tenebre
poiché le tenebre non riuscirono ad offuscarla »

Giovanni 1,1-5

Mistero della fede.
Eppure… Tutto – attorno e dentro di noi – rivela indizi inquivocabili che la spiegazione ultima delle cose sia da ricercare più in là. Ma a partire dal di qua, dalla realtà.
Come scriveva don Luigi Giussani ne “Il senso religioso”:
“il mondo, questa realtà in cui ci impattiamo, è come se nell’impatto sprigionasse una parola, un invito, facesse sentire un significato. Il mondo è come una parola, un logos che rinvia, richiama ad altro, oltre sé, più su. In greco ‘su’ si dice anà. Questo è il valore della analogia: la struttura di impatto dell’uomo con la realtà desta nell’uomo una voce che lo attira a un significato che è più in là, più in su, anà.
Analogia. Questa parola sintetizza la struttura dinamica dell’impatto che l’uomo ha con la realtà”.
Nell’epoca dell’“antropologia della dissoluzione” ci vuole lealtà verso la realtà che ci è data.
Come è ragionevolmente possibile che la più grande e complessa macchina del mondo – l’umano – si dissolva nel nulla al termine dell’ultimo respiro esalato?
Come è ragionevolmente pensabile che ciò che definiamo vegetale, quell’ammasso di carne e sangue apparentemente inerte e senza vita, possa udire il suono di una voce fino a sei ore prima della morte?
“La paura non è il primo sentimento dell’uomo – annotava don Luigi Giussani -. Esso è un’attrattiva; la paura sorge in un secondo momento come riflesso del pericolo percepito che quella attrattiva non permanga.
Innanzitutto è l’attaccamento all’essere, alla vita, è lo stupore di fronte all’evidenza: come possibilità posteriore, si teme che quella evidenza scompaia, che quell’essere non sia tuo, che l’attrattiva non sia adempiuta.
Tu non hai paura che vengano meno cose che non ti interessano, hai paura che vengano meno cose che prima ti devono interessare.
La religiosità è innanzitutto l’affermarsi e lo svilupparsi dell’attrattiva.
C’è una evidenza prima e uno stupore del quale è carico l’atteggiamento del vero ricercatore: la meraviglia della presenza mi attira, ecco come scatta in me la ricerca.
La paura è un’ombra che cala come seconda reazione. Temi di perdere qualcosa, quando anche solo per un attimo l’hai avuta”.

Il male radicale è comparso nel contesto di un sistema in cui tutti gli uomini sono diventati ugualmente superflui. I governanti totalitari sono convinti della propria superfluità non meno di quella altrui; e i carnefici sono così pericolosi perché gli è indifferente vivere o morire, essere nati o non aver mai visto la luce.
Hannah Arendt
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